Luigi Fenoglio
Capita ogni tanto che qualcuno mi si avvicini e mi chieda: «È questa la Tenuta di Valgiano?» E il primo istinto è sempre di rispondere «NO». Egoista e stizzito.
«No, andatevene», ci ho messo anni a ricordarmi la strada fin qua.
Curve, cartelli, stradine che salgono su attraverso le colline e si stringono, si biforcano, finiscono.
Quando poi, finalmente ci si arriva, si ha la sensazione di aver attraversato una porta.
E al di là della porta c’è un microcosmo brulicante di stimoli e di vita, dove la terra ha un buon odore e anche le case sembrano spuntate dal suolo; seminate, non costruite, mosse da un impulso naturale fatto di sole e fotosintesi, come le viti, o il grano. Valgiano è armonia. È un grande e morbido orologio appoggiato sulle colline.
E tutte le persone che ci vivono e ci lavorano sono gli ingranaggi che fanno muovere le lancette, seguendo un ritmo scandito da pioggia, microclima, fasi lunari. Io mi ci immergo e godo della mia condizione di ospite, di aiuto quando posso, di compagno di sbronze in serate calde e leggere, sdraiato su un prato a guardare le stelle. E perché mai dovrei condividere tutto questo? La gente arriva fin qui attratta dal vino; un vino buono, molto buono, niente da dire. Ma il vino non è che un risultato, l’espressione finale di un equilibrio fatto di persone, natura e rispetto. E vorrei chiedere ai nuovi arrivati chi sono, come son o arrivati fin qua, perché.
Ma invece allargo un gran sorriso e dico: «Sì, è questa. Benvenuti a Valgiano».
E poi li invidio, brutalmente, come ogni volta che qualcuno mi dice che non ha mai visto un film di Sergio Leone o non ha mai letto un racconto di Jack London e si appresta a farlo per la prima volta.